- Ritratti o lifestyle.
- Costume da bagno / lingerie coprente.
- Sensualità senza nudità.
Tratto da una storia vera (versione riveduta)
Su di me
Avrò avuto, all’incirca, 31 anni… ancora vergine. Tornai in Sardegna dopo aver conseguito l’abilitazione all’avvocatura. Tornai ancor più bello di come avevo lasciato la mia amata isola, ancora più corteggiato dalle donne, ancora più desideroso di non dover essere performante in tutto. Era da tanto che volevo essere considerato per ciò che ero, e non per ciò che ero potenzialmente in grado di fare. Di sicuro avevo molta voglia di fare sesso, di farlo almeno una volta, dal momento che i miei studi mi avevano regalato una giovinezza all’insegna della solitudine. Le donne mi piacevano, ma… perché la mia prima volta doveva essere proprio con una donna? Come avrei dovuto sceglierla? Dove avrei dovuto pescarla? L’avrei penetrata… e poi? Un copione che si ripete praticamente dacché il mondo è mondo. Un giorno, mentre vagavo sul Monte Genis, pensando e rilassandomi nella natura, mi imbattei in Alessandro, un pastore di 63 anni. Sembrava uscito da una favola: occhi scuri, incarnato abbronzato, barba bianca, berrita e camisa. Ebbi una sorta di tremore. Ci attaccai subito bottone e gli dissi: «Sà, ziu … avrei tanto voluto una vita più piacevole come la tua». Lui sorrise e mi rispose: «Fìgiu meu, no scis ite naras: sa bìda de is pastoris est fadia pura, nuddu praxeri». E, detto ciò, mi fissò intensamente; mi accarezzò con le sue enormi mani maleodoranti e mi diede un bacio in bocca. Mi si chiuse la gola, come quando ti manca l’aria e non sai se è paura o fame. La sua barba mi graffiava. Sapeva di sudore e di fumo vecchio, di latte acido, di lana bagnata. Il vento passava tra i cespugli e portava odore di sterco e di terra scaldata dal sole. Quando mi staccai un attimo, dissi soltanto: «Sono vergine». Non lo dissi per chiedere pietà; lo dissi perché era vero. Lui non fece domande. Fece un cenno, come si fa con le bestie quando devono muoversi. Sentivo ogni cosa: il sangue che batteva nelle orecchie, la pelle che si tendeva, la vergogna che si mischiava al desiderio e diventava un’unica sostanza. Ziu Alessandro si calò le brache, un pene normalissimo, al massimo 18 cm, con la cappella un po’ inclinata all’indietro, e mi inculò. Dapprincipio non sentii né dolore né piacere; poi comprese che stavo per interromperlo e mi disse: «Sèti·ti. Ti fau gòiri beni». Mi sedetti sul suo cazzo e, mentre mi penetrava, mi mordeva il collo e mi segava. Cominciai a fremere: finalmente stavo godendo, finalmente sapevo cos’era il piacere. Il suo cazzo iniziò a pungolare la mia prostata. Ziu Alessandro puzzava terribilmente di sudore, di pecora, di urina, ma quell’olezzo era divenuto celestiale. Andò avanti per una buona mezz’ora; poi, distesi nudi sul prato, di lato, a cucchiaio, continuammo finché eiaculammo entrambi: lui si alzò e venne sul mio collo; io, che intanto mi masturbavo, venni tra le mani. Poi si allontanò, andò a pisciare, tornò; mi offrì il suo pene in bocca, in modo che gli mungessi le ultime stille di urina e, successivamente, ci baciammo a lungo e con tenerezza.
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