13 GENNAIO - Id annuncio: it6wztq95
Berrita
36 anni Cagliari

Tratto da una storia vera

Su di me

Avrò avuto, all’incirca, 31 anni… ancora vergine. Tornai in Sardegna dopo aver conseguito l’abilitazione all’avvocatura. Tornai ancor più bello di come avevo lasciato la mia amata isola, ancora più corteggiato dalle donne, ancora più desideroso di non dover essere performante in tutto. Era da tanto che volevo essere considerato per ciò che ero, e non per ciò che ero potenzialmente in grado di fare.
Di sicuro avevo molta voglia di fare sesso, di farlo almeno una volta, dal momento che i miei studi mi avevano regalato una giovinezza all’insegna della solitudine. Le donne mi piacevano, ma… perché la mia prima volta doveva essere proprio con una donna? Come avrei dovuto sceglierla? Dove avrei dovuto pescarla? L’avrei penetrata… e poi? Un copione che si ripete praticamente dacché il mondo è mondo.
Un giorno, mentre vagavo sul Monte Genis, pensando e rilassandomi nella natura, mi imbattei in Alessandro, un pastore di 63 anni. Sembrava uscito da una favola: occhi scuri, incarnato abbronzato, barba bianca, berrita e camisa. Ebbi una sorta di tremore. Ci attaccai subito bottone e gli dissi: «Scis, ziu… avrei tanto voluto una vita più piacevole come la tua». Lui sorrise e mi rispose: «Fìgiru meu, no scis ite naras: sa vida de is pastoris est fràus pura, nudda piaxeri». E, detto ciò, mi fissò intensamente; mi accarezzò con le sue enormi mani maleodoranti e mi diede un bacio in bocca.
Il mio cazzo iniziò a indurirsi come non mi era mai accaduto. Lo lasciai fare: aveva una barba talmente zuppa di sudore da far venire il vomito, ma la sua lingua era come un’anguilla. Quando ebbi modo di fiatare, gli dissi una sola cosa: «Sono vergine». Lui rimediò subito: si calò le brache, un pene normalissimo, al massimo 18 cm, con la cappella un po’ inclinata all’indietro, e mi inculò.
Dapprincipio non sentii né dolore né piacere; poi comprese che stavo per interromperlo e mi disse: «Sèti·ti. Ti fau gòiri beni». Mi sedetti sul suo cazzo e, mentre mi penetrava, mi mordeva il collo e mi segava. Cominciai a fremere: finalmente stavo godendo, finalmente sapevo cos’era il piacere. Il suo cazzo iniziò a pungolare la mia prostata.
Ziu Alessandro puzzava terribilmente di sudore, di pecora, di urina, ma quell’olezzo era divenuto celestiale. Andò avanti per una buona mezz’ora; poi, distesi nudi sul prato, di lato, a cucchiaio, continuammo finché eiaculammo entrambi: lui si alzò e venne sul mio collo; io, che intanto mi masturbavo, venni tra le mani. Poi si allontanò, andò a pisciare, tornò; mi offrì il suo pene in bocca, in modo che gli mungessi le ultime stille di urina e, successivamente, ci baciammo a lungo e con tenerezza, strofinando le nostre barbe ricche di umori.
Le pecore, intanto, continuarono indisturbate a brucare.


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